Due mini recensioni per mini lettori

Salve amici e amiche, dopo una lunga assenza mi sembrava doveroso farmi viva seppur con due piccole (non per questo meno interessanti) recensioni. Come penso di aver già anticipato sono una grande fan dei libri e dei media per i più piccoli e mi capita spesso di leggere dei libri per bambini o ragazzi. Ultimamente ho fatto due piccoli acquisti che mi sono piaciuti molto e vorrei cogliere l’occasione per consigliarli a tutti voi sia che abbiate dei bambini a cui leggerli o meno. Bene, procediamo con le recensioni.

Princess Princess Ever After di Katie O’Neill

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Età consigliata: dai 6 anni in su

Lingua: solo inglese

Ho scoperto Katie girovagando su tumblr dove lei pubblica sia dei fumetti online che dei disegni e mi ha subito intrigata il suo modo di disegnare sia i personaggi che i paesaggi in cui si muovono. Princess Princess Ever After è un fumetto che la storia di Sadie e Amira, due principesse diverse che durante la loro avventura crescono, si aiutano e trovano il loro posto nel mondo. Non voglio farvi troppi spoiler, ma se conoscete l’inglese o volete far fare pratica a dei bambini questo è un ottimo libretto. I personaggi sono adorabili, la storia è molto carina e i disegni sono tenerissimi. Unico appunto lo faccio per la scelta dell’antagonista, un mini clichè che posso perdonare all’artista che è molto giovane ed avrà sicuramente modo di migliorare le sue storie.

Potete trovare Katie su tumblr: http://strangelykatie.tumblr.com/

Potete acquistare Princess Princess Ever After su Amazon anche in versione kindle: https://www.amazon.it/Princess-Ever-After-Katie-Oneill/dp/1620103400/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1478366691&sr=8-1&keywords=princess+princess+ever+after

The Answer di Rebecca Sugar, Elle Michalka e Tiffany Ford

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Età: dai 4 anni in su

Lingua: solo inglese

Qualcuno di voi probabilmente conoscerà già Steven Universe, e se non lo conoscete vi consiglio fortemente di guardarlo il prima possibile, questo libro è la trasposizione in bellissimi acquarelli dell’episodio The Answer della seconda serie del cartone animato ma lo può leggere e apprezzare anche chi non segue il cartone.

The Answer è la storia di Ruby e Sapphire,di come si sono conosciute ed innamorate e di come si sono ribellate al loro mondo cambiando il destino e sfidando tutto ciò che avrebbero dovuto essere.

Bellissimi disegni, bellissima storia. Consigliatissimo a tutti/e di tutte le età, il linguaggio è abbastanza semplice e va bene per chi sta crescendo dei figli bilinge e per bambini che stanno imparano l’inglese a scuola, gli servirà solo un po’ di aiuto da parte vostra per alcune parole.

Anche The Answer è acquistabile su Amazon: https://www.amazon.it/Answer-Rebecca-Sugar/dp/0399541705/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1478367471&sr=8-1&keywords=the+answer+steven+universe

Bene, spero vi abbia fatto piacere scoprire che sono ancora viva e vegeta e che vi siano piaciute queste mini recensioni. Alla prossima, non prometto nulla dato l’incombere della sessione invernale ma spero di sparire per poco!

P.S. dato che entrambi questi libri hanno come protagoniste ragazze che amano altre ragazze vi sconsiglio di sperare nella loro uscita in Italia, ma magari sono solo troppo pessimista…

Lei

Offtopic – Dimentica il mio nome

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Anche i fumetti sono libri, no?

Questo albo è la prima vera opera di Zerocalcare che ho preso in mano, prima di questa avevo letto solo qualcuna delle strisce che pubblica ogni tanto sulla sua pagina Facebook. Divertenti davvero, eppure non mi è mai venuto lo stimolo di approfondire finché (l’occasione) un mio compagno di corso non compare con questo volume per le mani. “Lo hanno regalato al mi fratello per il compleanno.” fa lui “Deh se vuoi te lo presto.”

Così fu. “E bene vello!” direbbe il mio collega (che è molto livornese se non si fosse capito.)

Sul sito dell’autore è scritto che il volume “è un pezzo della storia, più o meno vera, più o meno no, della mia famiglia.”

Che dire? Questa storia è raccontata sempre con il modello adottato nelle strisce, il tono è scherzoso e colloquiale, la battuta sempre pronta ma si sente davvero la differenza.

Primo la coerenza, rispetto agli episodi tipici di una raccolta di strisce qui si ha di fronte una vicenda compiuta, una trama ben compatta e nemmeno tanto breve.

Secondo i temi trattati, decisamente più profondi e alcuni di essi più spinosi. Particolarmente fatti bene trovo il discorso sulla famiglia e sulla tragedia familiare, trattati con estrema cura ma senza smancerie. Le dinamiche riportate sono reali abbastanza da potercisi rivedere dentro e questo non è così comune.

Terzo le riflessioni. E su queste voglio soffermarmi. A mio parere queste più che la narrazione sono fulcro dell’albo, il punto non è tanto quel che succede ai personaggi ma piuttosto i pensieri che scaturiscono nella testa dei personaggi nel momento in cui accade qualcosa.

Mi spiego meglio. Quando a un personaggio di un racconto viene affidato un compito l’attenzione può essere posta su due aspetti diversi: si possono seguire la peripezie affrontate dal personaggio per portare a termine la sua missione oppure ci si può soffermare sull’interiorità del personaggio, riflettere sul perché gli sia stato affidato tale compito e sui pensieri che nascono in lui sulla via. Ecco, qui si opera in maniera simile, ci si focalizza molto sulla parte psicologica del protagonista usando la trama come pretesto per introdurre riflessioni e far evolvere da dentro il personaggio. Una specie di “fumetto di formazione” intimista.

Questo non significa che per tutto il tempo non succeda assolutamente nulla è che la narrazione si interrompa di continuo per lasiar spazio a infiniti discorsi che appena ci incastrano con quel che sta succedendo.

Au contraire!

La storia raccontata è davvero coinvolgente (per quello sto evitando spoiler di qualsiasi genere) e qualche colpo di scena è davvero inaspettato, tuttavia la struttura della narrazione scivola spontaneamente verso la riflessione, spontaneamente sorgono dubbi, domande che deviano il corso degli eventi. Senza scossoni si alterna il presente ad un flashback del passato a quel che passa per la testa del protagonista. Il tutto ulteriormente alleggerito dal tipico umorismo di Zerocalcare.

Per farla breve, chi ha voglia di leggersi un racconto ben fatto, decisamente spiritoso, con il giusto quantitativo di avventura e capace di lasciare qualche spunto di riflessione ha scelto l’autore e il fumetto giusto.

 

 

“Oh sai chéri… alle volpi non importa molto dei nomi.”

Lui.

 

 

PS: pare che il fratello del mio collega possieda anche altri volumi dello stesso autore…

 

 

 

 

Suffragette, riflessioni con molti spoiler.

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Questo articolo NON è spoiler-free, vi consiglio di guardare il film e poi tornare.

Devo ammettere che non sono una grande fan della “festa della donna” (Giornata Internazionale della Donna), per vari motivi che vanno dall’ipocrisia che regna sovrana alla denaturazione di una ricorrenza significativa nell’ennesima occasione di consumo. Nonostante ciò quest’anno ho scelto di festeggiare andando con un’amica a vedere Suffragette al cinema. Mi ha colpita talmente da decidere da mettere per iscritto le mie impressioni.
È il 1912 a Londra, la venticinquenne Maud Watts lavora in una lavanderia industriale da quando ha 7 anni, ha un marito ed un bambino. Durante una consegna affidatale dal capo Maud si imbatte in una manifestazione delle suffragette tra le quali riconosce una collega, Violet Miller. Maud si avvicina a Violet e decide di accompagnarla al parlamento per portare la testimonianza delle donne lavoratrici. Alla fine sarà Maud a parlare e rimane entusiasta, più avanti si unirà speranzosa alle suffragette mentre attendono la decisione del parlamento che sarà però negativa. La polizia reagisce violentemente alle proteste delle donne e sia Maud che Violet vengono arrestate. Da questo momento in poi Maud si ritroverà ad essere sempre più coinvolta nel movimento suffragista.

È un film-documentario stupendo. È stato un pugno allo stomaco che mi ha fatto sorridere e decisamente mi ha fatto pensare. Ci sono moltissime cose da dire su questo film, tanto che non sono sicura da dove iniziare, quindi per mia comodità ho individuato tre punti principali di cui scrivere.

L’importanza di conoscere e ricordare la storia

Mi vergogno molto del fatto che fino alla visione di questo film io non conoscessi i nomi delle suffragette inglesi più famose. A mia discolpa c’è da dire che in tutto l’arco della mia istruzione dell’obbligo ciò che mi è stato insegnato del movimento per il voto alle donne si può riassumere in ” Dopo la rivoluzione industriale le donne cominciarono a lavorare e chiedere più diritti, dopo la prima guerra mondiale il governo inglese estese il diritto di voto alle donne anche perché erano state la colonna portante dell’economia durante il conflitto poiché gli uomini erano in guerra.”, la mia ignoranza diventa abissale riguardo alla storia del voto femminile in Italia poiché ciò che mi è stato insegnato è :”Dopo la fine della seconda guerra mondiale in Italia si tiene il referendum monarchia-repubblica nel quale possono votare per la prima volta anche le donne.”. Le donne italiane furono dunque miracolate, o almeno lo sembravano nei miei libri di storia. Io spero di essere l’unica ad aver ricevuto informazioni così scarse, ma temo che non sia così (fatemi sapere, magari mi sto trasformando in una complottista). Mi rattrista ammettere che ho imparato molto da questo film, erano molte le cose che non sapevo.Nella mia esperienza le lotte che le donne di tutto il mondo hanno portato avanti per ottenere i diritti civili e giuridici sono molto in secondo piano nell’insegnamento della storia, vengono sorvolate, dopotutto ormai non c’è bisogno di ripetere concetti che suonerebbero ovvi ad orecchie giovani no? No, c’è bisogno, una cosa che mi è stata ripetuta (a ragione) ad ogni Giornata della Memoria è che nulla è scontato e l’unico modo per evitare che la storia si ripeta è ricordare e conoscere la storia anche se brutta e anche se risentita ogni anno per tutta la durata delle scuole dell’obbligo fino alla nausea (no, non sto paragonando l’Olocausto con il movimento delle suffragette inglesi, il concetto però vale comunque). Per via dell’ignoranza e della situazione privilegiata che molte di noi vivono ci dimentichiamo troppo spesso che ciò che abbiamo non è scontato, donne prima di noi hanno dovuto lottare duramente e per anni per i diritti di cui noi ora godiamo e di queste donne spesso non conosciamo nemmeno il nome.

Le donne e soprattutto gli uomini del fronte opposto

Durante tutto il film non ho potuto fare a meno di notare come la maggior parte delle donne sembri incuriosita dalle suffragette ma si tenga a debita distanza probabilmente per paura della gogna sociale. All’inizio anche Maud è così, sente che la causa le interessa ma nega di essere una suffragetta. È solo dopo l’abbandono da parte del marito che diventa una vera attivista. In questo film gli uomini non sono protagonisti, ma nonostante abbiano ruoli secondari i loro personaggi sono molto ben delineati. Sonny sembra un buon marito (per gli standard dell’epoca) e in generale una brava persona, ma ripudia Maud, le vieta di vedere il figlio al quale dice che la madre è una matta. Quando Maud torna a casa dalla prigione per la prima volta, Sonny le recrimina il fatto di averla aspettata fino all’alba e aggiunge che non tollererà di essere umiliato un’altra volta. Personalmente trovo molto significativo questo scambio di battute. Sonny non tiene a Maud più di quanto non tenga alla sua reputazione nella comunità di cui fa parte, infatti non esita a eliminarla dalla propria vita e da quella del figlio quando la ritiene qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa che peggiora la sua già bassa posizione sociale. Nonostante Sonny tenga a lei, non la ama e non la ritiene più importante del suo onore maschile (un modo di vedere le donne che purtroppo  è sopravvissuto agli anni e causa la morte di molte donne ogni anno in Italia). Questo atteggiamento si nota anche in qualche altro personaggio. La donna che ha ispirato il personaggio di Maud, Hannah Mitchell, scrisse:”Most of us who were married found that “Votes for Women” were of less interest to our husbands than their own dinners. They simply could not understand why we made such a fuss about it.” (La maggior parte di quelle che tra noi erano sposate notarono che “Voto alle Donne” era per i nostri mariti meno interessante che le loro cene. Semplicemente non capivano perchè facessimo tante storie.”). E questo nonostante il marito di  Hannah fosse un socialista. Anche nel film è molto chiara la distinzione tra gli uomini che osteggiavano attivamente la causa e altri che semplicemente non ne comprendevano l’importanza e la ritenevano alla stregua di un capriccio. Anche se gli uomini come Sonny non agivano violenza sulle suffragette avevano comunque un impatto negativo, forse peggiore di quello di chi le osteggiava apertamente. Negare attenzione alla causa equiparava il movimento suffragista ad un capriccio irrazionale di alcune bambine e non a caso fu la strategia seguita dal governo che tentò in tutti i modi di evitare che la stampa desse importanza e attenzione alle azioni delle suffragette.

La relazione degli uomini con il femminismo è tutt’oggi dibattuta (dovrebbero dirsi femministi? Dovrebbero dirsi alleati? Dovrebbero unirsi ai dibattiti ed essere accolti nei luoghi di discussione? O dovrebbero trovare i loro luoghi e iniziare le loro discussioni? etc), in più all’epoca dei fatti, sebbene ci fossero uomini che supportavano apertamente la causa delle suffragette, dichiararsi a favore del voto alle donne per un uomo significava spesso perdere amici, parenti, rispettabilità e in molti casi il lavoro. Succedeva anche alle suffragette ( e in misura maggiore), ma queste perdevano tutto in nome di una causa che avrebbe portato loro o le loro figlie dei benefici. Per gli uomini invece non sarebbe migliorato nulla e anzi avrebbero perso dei privilegi e questo, soprattutto per gli uomini di bassa classe sociale era difficile da sopportare dato che i privilegi che avevano rispetto alle donne erano gli unici privilegi di cui godevano. Bisogna inoltre tenere conto del fatto che nell’Inghilterra dei primi anni del novecento la rispettabilità era per i poveri l’unica cosa che li separava dai poveri non rispettabili “the great unwashed” e questo penso sia anche il motivo del fatto che, nel film, le donne più astiose nei confronti delle suffragette sembrino essere le lavoratrici povere. Queste vedevano la causa del voto come un “problema” delle donne borghesi o nobili che oltre a non portare loro nessun beneficio le avrebbe anche private della loro rispettabilità di fronte ai loro uomini e alle loro comunità.

La divisione tra donne “per bene” e donne “per male” è tristemente ancora diffusa nonostante il voto e nonostante gli anni settanta (“Nè puttana nè Madonna, solo donna”). Sostenitori di questa divisione si trovano in parti uguali tra i due sessi.

La divisione sociale tra le suffragette

Il film ha come protagonista una donna povera, una lavoratrice sottopagata e abusata per tutta la vita dal datore di lavoro. Le donne che guidavano il movimento erano borghesi o addirittura nobili. Penso che il film abbia mostrato molto accuratamente i dubbi e i risentimenti che le donne della classe lavoratrice potevano avere nei confronti di altre più privilegiate che non si rendevano necessariamente conto dei problemi derivati dalla povertà. Per quasi tutta la durata del film Maud è in conflitto con se stessa. Da una parte crede nella causa e vuole farne parte, dall’altra si rende sempre più conto che diventare una suffragetta le costerà tutto ciò che ha e della differenza tra lei e le donne benestanti.

I suoi dubbi e la sua sofferenza vengono usati dall’Ispettore Steed per cercare di convincerla a fare la spia per lui, mentre le borghesi e nobili che conosce sembrano ignare o noncuranti dei problemi delle donne come lei.

Nonostante tutto ciò, per il bene della causa, nè Maud nè altre protestano e continuano a soffrire per le conseguenze della povertà e dell’essere suffragette. Due scene hanno sottolineato più di tutte questo conflitto. Quando Maud viene arrestata per la prima volta una donna benestante a cui il marito sta pagando la cauzione lo implora di non farlo o di pagarla per tutte le donne arrestate, lui si rifiuta nonostante l’esiguità della somma e la donna si allontana con lui visibilmente afflitta dal senso di colpa. L’altra scena particolarmente significativa è quella in cui Edith, Maud e Violet sono al parco e discutono se intraprendere un’azione particolarmente violent o meno. Violet si tira indietro perchè è incinta, senza lavoro e l’unica con un salario è la sua figlia maggiore di soli 13 anni. Edith, una donna istruita e borghese non comprende l’esitazione di Violet, ma Maud capisce che i suoi dubbi non sono legati ai mezzi che Edith intende usare quanto alle sue difficoltà di madre e lavoratrice povera e riesce a farsi spiegare la situazione.

Trovo che anche questo tema sia molto attuale, il femminismo tende ancora oggi a concentrarsi sui problemi delle donne bianche borghesi, ignorando che donne diverse incontrano problemi diversi dovuti al razzismo, alla povertà e al sessimo e che spesso questi tre fattori interagiscono e non è possibile affrontarli in modo separato.

Conclusioni

La prima parola che mi viene in mente per descrivere questo film è “necessario”. Necessario perchè in tutto il mondo le donne subiscono ancora discriminazioni e violenze, non è qualcosa che esiste solo nei libri di storia, perchè anche in Italia abbiamo ancora molta strada da fare e per non dare per scontati i diritti di cui oggi godiamo. Necessatrio soprattutto perchè ancora oggi le rimostranze delle donne vengono ignorate perchè “i veri problemi sono altri” e anche perchè tante non si occupano di diritti delle donne e uguaglianza di genere e deridono chi lo fa, alcune per educazione e altre nel tentativo di guadagnare l’approvazione maschile. Di che tipo di uomo si guadagneranno l’approvazione?

“Of course I am not worried about intimidating men. The type of man who will be intimidated by me is exactly the type of man I have no interest in.”
― Chimamanda Ngozi Adichie

Vorrei davvero sapere cosa avete pensato di questo film e se avete qualcosa da aggiungere a ciò che ne ho pensato io.

Alla prossima,

                                 Lei

Breve bibliografia

http://www.telegraph.co.uk/women/life/suffragettes-lost-husbands-children-and-jobs-the-heavy-price-women-paid/

http://www.biography.com/news/suffragette-movie-history

Zazie nel metro’

 

 

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Non è facile perlare di Queneau a chi non lo ha mai letto.

Il mio primo contatto lo ho avuto sei anni fa quando su consiglio di mio padre ho letto “I fiori blu”, decisamente il libro più famoso dell’autore. Già dalle prime due pagine ne ero rimasto stranito. Non avevo capito la sequenza degli eventi, chi fosse chi, dove si stesse ambientando l’azione.

E i normanni bevevan Calvados.

In breve lo avevo preso per un romanzo nosense e con quell’atteggiamento mi sono fatto tante e sane risate.

Invece per Zazie volevo pormi in maniera diversa, volevo afferrarne il senso nella maniera più completa possibile. Neanche a dirlo ho fallito.

Trovo incredibile come dei personaggi così definiti e immediatamente riconoscibili possano essere fatti vorticare così rapidamente in un romanzo sfuggevole come questo. Sfuggevole non solo per la storia che racconta, stipata di situazioni surreali che degenerano una nell’altra, ma anche per il modo di scrivere.

Le parole si storpiano in bocca ai personaggi, tipo il termine “omosessuale” che si trova una consonante in più e diventa “oRmosessuale” o i bue jeans che si compattano a dare “blucinz” tutto attaccato. Vengono fatte ripetere frasi intere ai personaggi come fossero ritornelli (“Parli parli non sai far altro.”), alcuni scambi di battute appaiono più volte quasi invariati e non si lesina sui i giochi di parole (purtroppo intraducibili dal francese).

In sostanza tutto sembra scritto con lo scopo di confonderti.

Tuttavia se hai a disposizione un’edizione ben fatta in fondo dovrebbe esserci qualche pagina scritta dal signor Barthes che può venire in tuo soccorso.

Leggerle è illuminante. Tutti gli elementi vengono inquadrati e rimessi posto, le scelte apparentemente casuali vengono svelate, il centro dell’opera individuato.

Insomma questa volta, anche se non per merito mio, posso dire di aver captato qualcosa in più.

Per quel che riguarda questa recensione volevo far passare principalmente un concetto: per quanto possa essere spinoso prendere in mano questo autore con l’intento di capirlo con un po’ di pazienza (e aiuto da chi ne sa più di noi) si riesce ad arrivare dietro la battuta e nel comprenderla si ride una seconda volta.

“-E allora che cosa hai fatto?

– Sono invecchiata.”

 

Lui.

 

La cartella del professore

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Personalmente mi ci trovo piuttosto bene con la protagonista di questo romanzo.

Una “giovane” poco a suo agio con i coetanei, un po’ come una bambina troppo matura a cui i giochi dell’infanzia cominciano a venire a noia e preferisce cercare la compagnia degli adulti.

Un po’ come una bambina che preferisce stare in mezzo ai grandi per poter essere bambina fino in fondo.

Tsukiko, la suddetta protagonista, ha un’età mentale indecifrabile: è ironica come una vecchia, seria come una bambina e spesso emotiva come un’adolescente. Il suo livello di maturità fluttua per tutto il romanzo senza mai assestarsi del tutto.

Il professore d’altro canto è descritto come un personaggio molto stabile, ben formato.

Nonostante l’opposizione dei due caratteri sia il fulcro del romanzo l’autrice riesce a rendere via via meno marcate le differenze, a rendere plastica la distanza tra i due personaggi. A forza di stare assieme si scambiano i modi di fare, la parlata, gli atteggiamenti, finché il confine tra loro non si dissolve nell’intimità.

La causa dell’attrazione spontanea di Tsukiko per il professore è la sua aura estrememente definita che fino all’ultimo sembra cedere poco al cambiamento. Se i pensieri di lei sono chiarificati fino in fondo (sopratutto grazie alla scrittura in prima persona) il professore rimane un interrogativo:

i suoi modi sono cambiati, ma lui sarà davvero andato avanti?

 

“Un vuoto senza speranza che ingloba ogni cosa.”

 

 

PS: mentre leggete questo romanzo tenetevi vicino qualcosa da sgranocchiare, questa qui non fa che raccontare di quel che mangiano.

Lui.

 

 

 

Confessioni di una maschera

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Le persone che si sentono diverse, fuori posto sono anche quelle che si conoscono meglio.

E’ facile che una persona a cui piace qualcosa che non dovrebbe piacerle si faccia delle domande in proposito. Contemporaneamente è naturale che tutti gli altri vadano avanti senza troppi perché.

Le persone strane devono ogni volta scegliere tra ciò che viene loro spontaneo e ciò che è normale sviluppando una tendenza a mettere in discussione ogni proprio pensiero, tendenza a cui le persone comuni non fanno che opporre la propria perfetta naturalezza.

Una continua fonte di frustrazione.

Spesso però il malessere è diluito da un certo senso di superiorità derivato da un errore tipico delle persone introverse: credere che conoscere di più a proposito di sè stessi voglia dire saperne di più della realtà che ci circonda.

Un’assunzione davvero pericolosa in quanto convincersene significa rinunciare al confronto con l’esterno, presupporre compreso il meccanismo che muove gli  altri.

E senza confronto i pensieri si trasformano in una architettura di assoluti; senza l’altro che dialoga con noi tutto ciò che affermiamo può essere totalmente corretto come totalmente errato.

Questo romanzo è un po’ così, pur consapevole del rischio pretende di analizzare i propri stessi pensieri interpretendo insieme la voce narrante del protagonista e quella del commentatore esterno.

Avete presente quando vi rimproverate in seconda persona per iscritto? Vi è mai capitato di scrivere un romanzo per rimproverarvi in seconda persona per iscritto?

A Mishima in un certo senso è capitato, non aveva davvero motivo di farlo tuttavia il risultato è stato ottimo.

“Una bibita spanta sul piano del tavolino manda lucidi, minacciosi riflessi.”

Lui

 

 

Orme

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Questo è un libro che non è come ce lo si aspetta. O almeno, non è stato come io me lo aspettavo.
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, viene raccontata la storia di un viaggio dal centro dell’Australia alla costa sull’Oceano Indiano, partendo da Alice Springs e attraversando il deserto del Western Australia. Ho peccato di ingenuità quando aprendo il libro mi aspettavo un racconto poetico e romantico sulla natura spettacolare del deserto australiano. Avrei dovuto sapere, a maggior ragione avendo conosciuto quei luoghi, che se l’Australia ha sì un lato poetico e romantico, per vederlo e farne esperienza bisogna pagare un prezzo in fatica molto alto. La protagonista all’inizio della storia è altrettanto sprovveduta, arriva ad Alice Springs con l’obiettivo di procurarsi dei cammelli e partire il prima possibile, un’impresa che si rivelerà più ardua del previsto.
Ci sono certo dei momenti di riflessione e di poesia, ma non aspettatevi che siano il punto focale di questo racconto. Si tratta più che del racconto di un viaggio, della storia della trasformazione di Robyn. Per quanto mi riguarda è stata una lettura piacevole che mi ha permesso di “scappare” per un po’ dalla realtà e immergermi nella psiche della protagonista e condividere con lei la sua incredibile avventura. Ci sono dei momenti buffi, momenti tristi e non mancano degli attimi di profonda riflessione.
Ho vissuto questo libro in modo viscerale, forse per affinità di carattere con la protagonista o forse per l’amore che ho per quei luoghi. Benchè l’esperienza della protagonista dell’outback sia estremamente più profonda e trasformante di quella che ne ho fatto io, sento di capire vagamente alcuni dei sentimenti e delle sensazioni da lei descritte nel narrare il suo viaggio. La sensazione che sia necessario liberarsi di molte convenzioni sociali lì inutili, il tempo che assume un significato completamente diverso.

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Credo che questa storia abbia molto da offrire anche a chi non ha mai messo piede nella terra dei canguri, è esplicativa del carattere dei cosidetti “aussies” cioè gli australiani dell’outback (l’entroterra desertico del paese), della tragedia del popolo aborigeno, delle incomprensioni con i bianchi e della lotta per tenere in vita un popolo e la sua cultura. Insomma se già amate l’Australia tanto meglio, ma questo libro può essere un ottimo mezzo per conoscere un paese/continente di cui non sentiamo parlare spesso e di cui molti sanno poco o niente. Inoltre leggendolo viene naturale identificarsi con Robyn, si viaggia, si lavora e si soffre con lei, ho compreso e scusato le sue crisi di nervi e il suo odio per turisti e giornalisti e il suo bisogno di stare sola con se stessa. Credo che tutti noi ad un certo punto sentiamo il bisogno di scappare dalla realtà e fare pulizia nella psiche, Robyn sceglie solo un metodo radicale per farlo. Questo suo viaggio non è motivato dalla voglia di avventura o esplorazione, dal desiderio di fare qualcosa di incredibile o apparentemente impossibile. Piuttosto questo viaggio è la conseguenza del bisogno di solitudine, per fare pulizia mentale di tante cose inutili che la società del consumo ci fa accumulare in testa oltre che in casa. Per tutto il libro ho colto il desiderio dalla parte della scrittrice di far capire al mondo e al lettore quanto questo viaggio fosse in realtà semplice nelle sue motivazioni, quanto poco straordinario dal punto di vista dell’avventura e quanto fosse profondo invece il significato psicologico, quanto potente l’effetto purificante del viaggio da lei intrapreso.
E’ un libro che fa venire voglia di partire per un viaggio solitario attraverso la terra o la nostra mente.

“Le due cose importanti che ho imparato sono state che puoi essere forte e coraggiosa solo se ti permetti di esserlo, e che la parte sicuramente più difficile di ogni avventura è compiere il primo passo, prendere la prima decisione. Ma anche allora sapevo che me le sarei dimenticate queste due cose tante volte, e che avrei dovuto tornare indietro, e ripetermi quelle parole che ormai avevano perso di significato, e che avrei dovuto cercare di ricordare. Anche allora sapevo che invece dii ricordare la verità di tutto questo, sarei caduta  in uno stile inutile di nostalgia. I viaggi con i cammelli, come d’altronde ho sopettato fin dal’inizio, e come mi sarbbe stato poi confermato, non cominciano e non finiscono. Cambiano solo forma.”

Sono riuscita a tenere questa recensione spoiler-free! Fatemi sapere cosa pensate di questo libro se lo avete letto, alla prossima.

Lei

L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio

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Come reagite voi quando qualcosa a voi caro finisce senza preavviso?

C’è chi ne prende atto per dimenticare, per andare avanti il più in fretta possibile. C’è chi non lo accetta e decide di combattere perché le cose tornino come prima. C’è chi rimane talmente spiazzato da non avere nessuna reazione a disposizione.

Questo romanzo parla di rifiuto e lo fa in uno modo particolare: il rifiuto fulcro della storia è già “freddo” quando prendiamo in mano il libro.

Il protagonista che abbiamo davanti ha già superato il fatto, è passato oltre e la vicenda è ormai cristallizzata nel passato.

Varrà la pena mettere le mani su di una ferita già richiusa per rispondere a qualche perché di tanti anni fa?

Sì, perché quando il cielo ti cade sulla testa e riesci comunque a rialzarti, cercare delle risposte può farti tornare in mente la ragione che ti teneva in piedi prima e farti scoprire quella che lo fa adesso.

“Rimase soltanto il suono del vento fra le betulle del bosco.”

Lui

 

Le tre ghinee

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Si tratta secondo me di un libro decisamente impegnativo, a tratti addirittura prolisso. Per fortuna il gioco vale la candela; molto interessante, un trattato sulla guerra e su come le donne libere possano aiutare a contrastarla. La Woolf è a tratti molto ironica senza diventare condiscendente, tanto che leggendo questo libro mi sono spesso ritrovata a ridacchiare tra me e me. Sicuramente consigliato a chi è interessato alla questione femminile perchè pur essendo stato scritto nel secolo scorso lo trovo molto attuale, soprattutto per le riflessioni che induce.

Fine della parte spoiler-free, procedete a vostro rischio e pericolo.

 

Giusto per chiarire, io non credo affatto che femminismo sia una parola ormai antiquata credo che la Woolf fosse un po’ troppo ottimista da questo punto di vista. Ecco, l’ho detto.

Mi trovo molto d’accordo invece, sul concetto secondo il quale le donne dovrebbero cercare modi nuovi, unici, per contribuire alla società. Mi lascia l’amaro in bocca constatare come la storia abbia fatto tutto un altro corso, mi sembra che noi donne sbagliamo nel tentare di contribuire alla società o di raggiungere il successo personale scimmiottando i metodi che gli uomin hanno sempre usato in una società che fino a non troppo tempo fa era fatta e guidata da uomini per gli uomini. Sarebbe molto più interessante non privarci delle caratteristiche che si ritengono tipicamente femminili, ma valorizzarle per cambiare la società e renderla più a “misura di donna”. Quello che vorrei dire è che mi piacerebbe vedere uomini che imparano dalle donne e viceversa, ruoli di genere che non ingabbino nessuno e non donne che fanno gli uomini per tentare di avere successo.

Ho divagato, ma in sostanza la Woolf vorrebbe che percorressimo strade diverse e parallele, a me piacerebbe che costruissimo tutti assieme un’unica strada.

“…ora voi provate sulla vostra persona quello che hanno provato le vostre madri quando furono escluse, imprigionate. …Allora tutto cambia. Ora vi appare evidente in tutto il suo orrore l’iniquità della dittatura…”

Fatemi sapere cosa ne pensate voi, alla prossima

                                                              Lei

Le donne del signor Nakano

Nakano

 

Più che un romanzo sull’incomunicabilità un romanzo sulla non comunicazione.

Più che un romanzo di relazioni ostacolate un romanzo sulla natura degli ostacoli che le relazioni incontrano.

La chiave del romanzo è proprio questa, l’impossibilità, in una relazione, di distinguere gli errori “casuali” da quelli “sistematici”.

Perché non sta funzionando? è il momento ad essere sbagliato? oppure siamo noi ad essere intrinsecamente incompatibili?

Non c’è risposta definitiva nel libro come non c’è nella vita vera.

E’ quello il punto.

“La bottiglia di vino appena stappata urta il bordo della mia tazza: si sente un tintinnio.”

Lui.